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Il Congresso dell'IPA, che si è svolto a Nizza dal 22 al 27 luglio in un ambiente gradevole ed in una città molto ospitale, non sembra aver portato novità scientifiche di rilievo e la maggior parte di coloro che hanno risposto al questionario di valutazione ha lamentato questa mancanza.
Può darsi che ciò almeno in parte dipenda da scelte politico-organizzative che, al momento attuale, privilegiano piuttosto la rappresentanza delle molte psicoanalisi e mentalità più o meno organizzate, che sono presenti all'interno della comunità psicoanalitica e che hanno piacere di ritrovarsi; dal che però inevitabilmente risulta sacrificata la creatività individuale. Ad eccezione delle grandi relazioni principali, tutte le altre sedute individuali erano infatti fortemente penalizzate in orari e sedi marginali; mentre sviluppi non previsti potrebbero emergere forse proprio dalla creatività e dal lavoro individuale degli analisti, ed un Congresso ne sarebbe la sede più opportuna.
Una novità molto interessante - alla quale abbiamo perciò deciso di dedicare questo servizio della Rivista - è stata invece l'apertura a tutto campo di un discorso sulla filosofia del training. Apertura segnalata anche dal fatto che il tradizionale incontro nel pre-congresso, non era più limitato come di solito agli analisti didatti; e che a partire dal prossimo appuntamento congressuale, che sarà fra due anni a Toronto, questa sezione non sarà più a margine ma invece farà parte integrante del suo programma scientifico.
Intervenendo sul training Daniel Widlöcher, nuovo Presidente dell'IPA, ha rilevato che “dietro il consenso nel quale la nostra comunità internazionale si riconosce, si sono sviluppate differenze di metodi ed obiettivi che ora è necessario esprimere chiaramente e discutere”.
In queste conferenze si è trattato finora di tenere aperto il confronto dei diversi punti di vista, “per evitare all'interno di ogni Società, di ogni Istituto, l'idealizzazione del proprio programma e dei propri principi di f