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Questa lettera di uno studioso jugoslavo in esilio ci è stata trasmessa dalla nostra collega Tamara Stajner Popovic, Presidente del Gruppo di Studio di Belgrado.
L'11 settembre, un devastante gesto criminale ha fatto scattare dichiarazioni di guerra contro un nemico sfuggente e indefinito, grida di vendetta e ritorsioni di massa, ha provocato minacce di violenza indiscriminata che possono travolgere intere nazioni, stati, regioni, il mondo intero, arabi, afgani, musulmani, tutti noi, accrescere la disperazione e la condizione di miseria nella quale si trovano milioni di persone e fare buon gioco nella mani di fanatici e oppressori.
Migliaia di vittime innocenti, quelle che sono state colpite nei centri del potere economico e militare statunitense e nei quattro aeroplani, sono state accantonate e l'Occidente, la civiltà occidentale, i valori e lo stile di vita occidentali hanno assunto il ruolo di vittime innocenti che devono difendersi con tutti i mezzi possibili. I portavoce di questa vittima designata sono pronti ad invertire i ruoli e diventare gli esecutori, continuando così la vittimizzazione e creando l'opportunità per le successive vittime di trasformarsi a loro volta in esecutori di atti terroristici.
Questo schema in crescendo mi ricorda le dinamiche che hanno caratterizzato la guerra nel mio paese d'origine, la ex-Jugoslavia dove diversi gruppi etnici si sono presentati come vittime per poter perpetrare atti di violenza sugli altri, per vendetta o a scopo intimidatorio. Inoltre sto riflettendo sulla responsabilita degli intellettuali nel contrastare queste tendenze guerrafondaie e sulla loro capacità di contrastarle efficacemente. Nel corso di tutto il decennio passato ho provato un notevole rimorso, insieme a molti altri fra i miei amici e colleghi jugoslavi, perché noi intellettuali anti-nazionalisti, non siamo riusciti nel corso degli anni Ottanta ad impedire lo scoppio della guerra nel nostro paese di origine. All'epoca vedemmo profilarsi chiaramente i pe