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Dopo anni di lavoro come terapeuta infantile sono sempre meno interessato a domandarmi se con i bambini, che cerco di aiutare, sto facendo della terapia d'appoggio, della ludoterapia, della psicoterapia o della psicoanalisi, non perché ne sottovaluti le differenze ma per il continuo avvicendarsi delle dinamiche e la necessità di doversi adattare allo specifico ruolo terapeutico più necessario al momento.
Questa duttilità è inevitabile ancor più quando si cerca di aiutare bambini gravi come gli psicotici o gli autistici.
In questo caso l'incontro con l'altro ha bisogno della più grande autenticità e presenza, dal momento che i disturbi della formazione del sé sono spesso collegati a vissuti primitivi riguardo all'assenza, e non è automatico che la formazione dello psicoanalista preveda lo sviluppo della capacità di essere abbastanza presenti. Sono sempre più convinto che i bambini gravi spesso non hanno esperienza emotiva di una presenza attenta e prolungata dell'altro, o ne hanno solo qualche sensazione frammentaria, per cui danno spesso dei segnali quando vivono questa nuova esperienza, la bevono avidamente ma rimangono terribilmente delusi quando questa si interrompe, sia durante la seduta che alla fine.
Un'autentica presenza nella relazione con l'altro, specie quando si tratta di un bambino psicotico, richiede momento per momento la capacità non indifferente del terapeuta di costruire e mantenere un setting ed uno spazio interno, costantemente minacciato dalla complessità, dalla velocità, dalla intensità, dall'imprevedibilità dei loro messaggi e dei loro agiti.
Non è dunque agevole districarsi ed elaborare in tempi reali segnali o messaggi proiettivi e contraccolpi transferali; più il terapeuta si apre ad un atteggiamento