You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Con una comunicazione di Sidney Klein al 31° congresso IPA di New York , la questione dell'autismo si ripresentava nella psicopatologia degli adulti dopo che a lungo era stata quasi identificata con una specifica sindrome infantile.
La comunicazione di Klein era originale soltanto sul piano dell'osservazione clinica: l'Autore descriveva l'inaspettata perdita di “contatto” con pazienti all'apparenza ben integrati e pensava che mancasse loro una dimensione di profondità; trovava al suo posto in essi “una tenuità o piattezza di sentimenti” accanto ad “un aggrapparsi piuttosto disperato e tenace all'analista come unica fonte di vita”. Nell'analisi di questi pazienti si faceva strada un “latente e penetrante sentimento di sfiducia”, insieme ad “una preoccupazione per il tono di voce dell'analista o per l'espressione del viso senza interesse per il contenuto dell'interpretazione”. Gli sembrava che l'analista si trovasse con ciò di fronte ad una sorta di estraneità del paziente per il metodo e per il contenuto di un'analisi (Klein S., 1980).
Ma nella situazione di questi pazienti, così bene descritti, Klein ipotizzava una forma di autismo che definirei ricco, anticipando un poco i termini del mio discorso.
Nuova era la messa in evidenza di alcune caratteristiche del loro comportamento: l'aggrapparsi a ciò che della presenza dell'analista poteva essere sensorialmente percepito (il tono della voce, l'espressione del viso), insieme alla constatazione che a questo punto la loro “rigidezza ossessiva” si opponeva “ad ogni