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Il concetto di immagine corporea non è nato in seno alla psicoanalisi. Furono i neurologi, ai primi del '900, alle prese con l'arto fantasma - questa strana immagine di un arto amputato che si protrae a lungo dopo l'amputazione con sensazioni dolorose - a parlare per primi dell'esistenza centrale di uno schema, o immagine del corpo. Scoprirono per questa via qualcosa di molto importante e complesso, che attende ancora oggi di essere chiarito fino in fondo, ma che ha aperto una serie di affascinanti prospettive nell'ambito di quel “misterioso salto” (Deutsch, 1959) dalla mente al corpo nel quale mi trovo cimentato in questo scritto. Fu Schilder (1935), per quel che mi consta, ad usare per primo il termine immagine corporea come un costrutto teorico-clinico, per indicare l'incontro tra gli input percettivi, il contesto socio-culturale e l'elaborazione psicologica. Fu un brillante contributo, oggi necessariamente datato, ma assai stimolante se lo si colloca in quel filone di ricerca mirante ad integrare le osservazioni della psicoanalisi con quelle provenienti dalle neuroscienze e dalle scienze umane. Freud, a suo tempo, non aveva parlato di immagine corporea, ma ne L'Io e l'Es, mentre era impegnato a definire la genesi dell'Io (1922, 88), aveva evidentemente in mente la stessa problematica. Egli pensava che l'Io si sviluppasse a partire da un nucleo psico-fisico: “l'Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee”. Propose così il concetto di Io-corporeo, col quale, se da un lato ci ha messo in guardia da un facile riduzionismo, dall'altro ci ha lasciato il compito di definire il valore epistemico del corpo. Per alcuni autori il concetto di immagine corporea non aggiunge perciò niente di rilevante a quello di Io-corporeo o di Sé, mentre per altri, specie coloro che fanno riferimento ad un concetto allargato di Self, è