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Questo affascinante libro di Antonio Di Benedetto non a caso ha vinto l'edizione 2001 del premio
Gradiva che ha luogo da diversi anni a Lavarone e che viene assegnato al miglior libro di psicoanalisi di Autore Italiano edito nell'anno.
Antonio Di Benedetto propone due concetti basilari: il primo è che ha ormai un senso molto relativo mettere un'opera d'arte sul lettino (la cosiddetta psicoanalisi applicata), ma che l'opera d'arte (di qualsiasi genere essa sia) può diventare ispiratrice di pensieri e di creatività per lo psicoanalista, seguendo in questo Freud quando diceva che la creazione artistica “precede” la psicoanalisi.
Un secondo concetto è quello relativo “al suono”, al musicale in psicoanalisi: laddove vi è stato sempre un privilegio assegnato al visivo (nelle rêveries dell'analista, nel sogno, nella figurabilità e nella rappresentazione).
Non a caso, Bion si riferisce il più frequentemente agli elementi visivi, mentre quelli acustici, olfattivi, cenestetici, rimangono poco più che impliciti.
Rispetto al primo filo conduttore del libro, ve n'è uno un po' più implicito: l'analista non può limitarsi ad essere un decodificatore, un interprete dell'Altro, in senso forte, ma deve avere il coraggio (forse la ubris) di porsi lui stesso in modo artistico, creativo, nella seduta con il suo paziente pagando quello scotto di dubbio e di incertezza che l'introduzione della soggettività dell'analista implica.
Con il primo filo conduttore, l'Autore porta per mano il lettore ad appassionarsi alla “categoria” del pre-verbale, del musicale in seduta e ciò attraverso due strade: la prima ripercorrendo delle opere d'arte, la seconda attraverso degli straordinari esempi clinici in cui l'ascolto “musicale” delle comunicazioni spesso preverbali del paziente, diventano la chiave di accesso verso emozioni dapprima inesprimibili.
Vi è nel libro una combinazione rara: l'unione cioè tra una profonda cultura musicale, letteraria, psicoanalitica dell'Autore, con una creatività, vivacità, c