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È particolarmente difficile, per me, “ricordare” Luciano Leppo perché egli non è stato soltanto un collega con cui si sono condivisi tanti momenti della vita societaria e con il quale si è lavorato in tante occasioni, soprattutto nelle attività dell'Istituto Nazionale di Training e della sua 2° Sezione Romana, ma perché, anche se ormai molti anni addietro, è stato il mio analista. Ormai tutti sappiamo che il transfert, quantunque possa essere “elaborato”, non si potrà mai “risolvere” del tutto, per cui, sebbene esso migri altrove investendo altri oggetti, altre situazioni e, in genere, per quanti diventano psicoanalisti, vada ad investire la Psicoanalisi, le sue istituzioni e la professione stessa, pure, nei confronti di colui o colei che è stato l'analista personale, rimane un legame particolare che, credo, trascenda, nel migliore dei casi, le componenti nevrotiche della personalità, che pure non possono essere mai del tutto eliminate, per rassomigliare a quella relazione di affetto e rispetto che lega i figli ormai adulti e, magari essi stessi ormai un po' avanti negli anni, ai loro genitori. Non si tratta più di una relazione di dipendenza ma di un affetto particolare, nel senso di un qualcosa di significativo che ha perso ogni attualità concreta ma ha acquistato una valenza simbolica che si esprime in un sentimento tenero. Pertanto, se già sappiamo che un “ricordo” non è mai la “memoria” di un passato ma qualcosa che si ricostruisce continuamente a posteriori, ancor meno potrei, data la mia posizione di “ex” analizzato, pretendere di proporre “ricordi” che non siano altro che una ulteriore elaborazione di un transfert e di un lutto. In questo processo di ripensamento del mio “incontro” con Luciano Leppo prenderò in considerazione tre aspetti: l'analista, il collega, l'uomo.
I contenuti dell'analisi personale cadono, in genere, e questo è un processo “naturale”, nell'oblio che è cosa alquanto diversa dalla rimozione che sconta una valenza patologica che l'oblio no