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Ripetuti riscontri in ambito sociologico (cfr. Marcuse, 1965; Habermas, 1968; Baudrillard, 1981; Augé, 1997; Virilio, 1998), numerosi rilievi clinici, convergono nell'evidenziare una crescente fragilità dell'apparato simbolico degli individui e dei gruppi. Con le parole di Julia Kristeva (1993, 21 e ss.): “L'esperienza quotidiana sembra dimostrare una riduzione spettacolare della vita interiore. Chi ha ancora un'anima al giorno d'oggi? … Poiché la constatazione si impone: incalzati dallo stress, impazienti di guadagnare e di consumare, di gioire e di morire, gli uomini e le donne del giorno d'oggi fanno economia di questa rappresentazione della loro esperienza che si definisce vita psichica. L'atto e la sua controfigura, l'abbandono, si sostituiscono all'interpretazione del senso. … L'uomo moderno sta perdendo la sua anima. Ma non lo sa, perché è proprio l'apparato psichico che registra le rappresentazioni e i loro valori significanti per il soggetto. Ora, la camera oscura è guasta”.
Alla diffusione dei disturbi dell'identità sessuale (McDougall, 1995; Green, 1997), delle psicosomatosi (Marty, 1980; Sami, 1987), dei comportamenti di addiction (Bergeret, 1982; Guillaumin, 1982), dei quadri “normopatici” (McDougall, 1974; 1989), dei soggetti “operatori” (Marty et de M'Uzan, 1963) e degli “stati limite” (Green, 1974; André, 1999) che, in campo clinico, segnalano il grado di compromissione della funzione simbolica degli individui, corrisponde una omologa erosione della funzione di significazione da parte degli apparati di