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“Freud” e “India”, accostamento di significanti, di nomi propri, di luoghi simbolici che non mancherà di sorprendere. Cosa hanno mai a che spartire infatti il subcontinente identificato in Occidente con il luogo per eccellenza della devozione religiosa e dell'esperienza mistica con l'iniziatore della scienza analitica che si vuole comunque, pur maneggiando la materia incandescente dell'inconscio, una figura rinnovata del logos filosofico-scientifico?
In ambito psicoanalitico inoltre, qualora si evochi l'India o qualche componente saliente della civilizzazione indiana, l'associazione immediata è con Jung e lo Junghismo, e non certo con il Freudismo, che pare scorrere sicuro nell'alveo della tradizione giudaico-greco-romana, senza veruna tentazione esotista. Senza dimenticare infine che Freud, questo “ebreo senza Dio”, non solo non si è mai occupato di cose indiane, né ha mai messo piede sul suolo dell'India (né altrove fuori dal cosidetto Occidente), ma ha concepito una parte non secondaria della propria impresa teorica come tentativo di una sorta di “decostruzione del religioso”.
Su quali basi accingersi allora a “trasferire” (sia pure nel senso dell'übertragen) Freud laddove non è mai stato o, inversamente, introdurre l'India nell'orizzonte freudiano? E a che scopo?
Tentiamo di fornire una risposta innanzitutto alla prima di queste obiezioni preliminari, a prima vista senz'altro imbarazzante: risponderemo che invece