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È con interesse, curiosità e piacere che ho letto quest'ultimo volumetto di Enrico Cesare Gori.
Questo libro ha diversi vertici di lettura, l'uno è quello annunciato nel sottotitolo Scrivere i “fatti clinici”, l'altro, a mio avviso ancora più ricco, è quello di considerare le riflessioni che l'Autore continuamente compie sull'analista e sull'analisi.
Quest'ultimo percorso ci fa apprezzare non solamente un libro su come scrivere di psicoanalisi, ma scoprire un libro di psicoanalisi.
Vorrei partire da questa seconda chiave di lettura espressa già nel titolo L'esperienza psicoanalitica.
È una esperienza che non può non tenere in grande considerazione “l'equazione personale dello psicoanalista” che comporta costantemente il peso di “mettere in piazza noi stessi”.
L'analista, con la sua passione, è presente in ogni pagina del libro: è questo sentire la viva presenza dell'analista che mi ha spinto a scegliere questo secondo piano di lettura per primo.
L'Autore si interroga da subito su “quale apparato” disponiamo per trattare i fatti clinici, “apparato” che è in stretta relazione con l'equazione personale dell'analista: l'analista sente le parti inconsce dell'altro perché qualitativamente simmetriche e procede alla valutazione quantitativa di ciò che accade.
L'Autore propone che la parte sognante ad occhi aperti dell'analista sia qualitativamente simmetrica e quantitativamente asimmetrica rispetto a quella del paziente. In un altro linguaggio, sottolinea la centralità del “pensiero onirico della veglia” sia nel paziente, sia nell'analista, pur sottolineandone le differenze e le asimmetrie.
Nel dire questo, getta le basi per aprire delle piste di atterraggio per le parti “psicotiche e psicosomatiche” anche dell'analista, oltre ad aprire a tutto il “pre”: istintuale, edipico, istorico.
Gori è attento a definire questioni di tecnica: il rischio che la “controresistenza” dell'analista prevalga è sempre in agguato, non sempre facile è la calibratura tra le interpretazioni di contenuto