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Un profano che apra questo libro direbbe che si tratta di una raccolta di pensieri schizofrenici. Un analista avverte subito odore di stanza d'analisi. Dico odore, per indicare una singola sensorialità, e la più vaga, come si conviene alle “sensazioni” che l'analista scopre di avere e che deve decifrare; o meglio, comporre con altre, e scomporre e
ricomporre, fino ad avere qualcosa che gli dia una qualche comprensione, alla quale eventualmente attingere per valutare se e cosa restituire al paziente. È questo, oggi, il lavoro dell'analista. Ferro ce ne immerge in pieno.
Una tale immersione ha un tocco particolare: se tecnicamente rientra nel sapere scientifico, ciò di cui ci fa fare l'esperienza ci immette nel campo dell'arte. Qualunque artista, credo, può leggere questo libretto con interesse: con quella curiosità insaturata che affascina, che sembra spingere a “produrre” un qualcosa.
“Prima”: e allora, quando? “Altrove”: e allora, dove? “Chi”: chi è appunto, colui di cui si narra? Ma anche, e soprattutto, chi è che pensa? Colui che scrive, o un altro di cui si riporta il pensiero? E che razza di pensiero è, che parole, o figure, o forme -tanto meno concetti- vengono proposte? Il “chi” diventa un “cosa?”
Siamo dentro un sogno. Ferro ci presenta una serie di brevi narrazioni, alcune flash di poche righe, altre affreschi di una pagina. Solo poche sono dichiarate come sogni: la maggior parte non si sa se sono sogni piuttosto che realtà o fantasie della veglia. Ma in tutte siamo “dentro” a un sogno. Sogni o meglio incubi, spesso truculenti. L'Autore, alla fine nella postfazione, ci ricorda che questa prevalenza è rappresentativa dell'esperienza analitica: sono proprio gli incubi, più crudeli e informi, quelli con cui l'analista si cimenta. Incubi del paziente, ma anche e soprattutto incubi che vengono vissuti, senza paura ma non con minor sofferenza, dalla mente dell'analista, nella quale prende forma, e con forme inizialmente sempre informi, quel qualcosa che il pazient