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Da anni si ripete che la psicoanalisi è in crisi - una crisi che non riguarda solo il suo statuto teorico ma anche la sua applicabilità clinica: le analisi condotte secondo lo schema cosiddetto “classico”, o “standard” (lettino, 4 o 5 sedute la settimana, cambiamento tramite la coppia interpretazione-insight) sono da tempo in diminuzione mentre hanno corrispondentemente subito un incremento i trattamenti a 1, 2 o 3 sedute settimanali, facenti uso di un repertorio tecnico più ampio dello specifico strumento interpretativo.
Con il lessico del mercato si può dire che è in crisi, ovvero che è in discesa, la domanda del “prototipo” del trattamento psicoanalitico (la psicoanalisi classica), mentre si sta ampiamente diffondendo un prodotto di assai più facile accesso e uso: le psicoterapie psicoanalitiche. Diminuisce insomma la domanda, e conseguentemente l'offerta, di un oggetto di lunga e laboriosa fattura, l'“oro” della psicoanalisi, e si diffonde un bene di minor valore e di più largo consumo: il “rame” della psicoterapia.
Per la verità, il paragone coniato da Freud sulla psicoanalisi come strumento puro di cambiamento (l'“oro”) e la psicoterapia come strumento ibrido per la presenza di suggestione, sostegno, ecc. (il “rame”) appare oggi assai meno convincente che nel passato: sono sempre meno coloro che considerano la psicoanalisi alla stregua del trattamento di prima qualità, migliore in assoluto, e la psicoterapia alla stregua di un trattamento di secondo ordine, da usare in mancanza di meglio, più grossolano. La maggior parte dei professionisti che opera sulla base di assunti psicoanalitici - sia che provenga da una formazione istituzionalmente psicoanalitica sia che abbia una formazione istituzionalmente psicoterapeutica - sta abbandonando, seppur con diverse motivazioni, l'idea che il trattamento psicoanalitico sia necessariamente e di per sé di qualità superiore a quello psicoterapeutico.
Ciò avviene anche perché, nel frattempo, la distinzione fra ciò che si consid