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Questo è l'ultimo romanzo di un nostro collega (ben noto a molti tra i meno giovani), che ha scritto una serie di romanzi e racconti paragonabile, credo, in estensione alla serie dei suoi pazienti psicoanalitici. Prodotto molto maturo, dunque, della sua professione parallela di scrittore che ben si presta ad un tentativo di comparazione tra evoluzione e fasi di un romanzo ed evoluzione e fasi di un'analisi.
Sembra opportuno ricordare qui lo “Schema di progetto per uno studio della relazione analitica” di Ferrari e Garrone, pubblicato anni fa (, 282) su questa Rivista, in cui si dice che l'elaborazione di una relazione analitica originale tra analista e analizzato va chiamata “costruzione di un romanzo analitico” e che “i romanzi analitici si presentano in generale come romanzi mancati, cioè come elaborazioni non destinate ad un vero pubblico e mancanti di quella ideale struttura comunicativa che è lecito richiedere ad un'opera letteraria”. Ci chiediamo subito come Giannitelli ha costruito questo suo romanzo, dopo le sue molte analisi, i molti - secondo Ferrari e Garroni - romanzi analitici, che, come romanzi mancati, avrebbero contribuito a favorire la genesi e costruzione del romanzo vero e proprio.
Un protagonista, al quale si affianca, ricercato e più evanescente un deuteragonista, è in scena dal principio alla fine. Mi accorgo del linguaggio teatrale che sto usando e che sto quasi parlando di un analista alla ricerca di ciò che è evanescente nell'analizzando. Romeo, solo avanti nel libro apprendiamo il nome del patologo protagonista, è innamorato del suo lavoro