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“Perché l'Inconscio?” o “Perché la Coscienza?”. La psicoanalisi è nata in un'epoca in cui si dava per scontato che lo psichico coincidesse col cosciente, ovvero con quanto era accessibile all'introspezione: la coscienza era intesa, anche questa scontatamente, come capacità “naturale” di ogni essere umano, indiscutibile prova dell'unitarietà e dell'identità dell'individuo. Si riteneva inoltre che l'introspezione potesse essere comunicata ad altri, con le parole, purché l'individuo avesse una sufficiente padronanza del linguaggio verbale. Entrambe le concezioni erano legate ad un concetto di memoria oggi assolutamente superato.
In questo quadro filosofico-culturale, la psicoanalisi, scoprendo che esistevano processi psichici non consapevoli, ha “scoperto l'inconscio” e ha sviluppato il suo asse portante nell'intento di esplorarlo. Ne sono derivate due conseguenze: sul piano teorico, l'impianto freudiano, centrato sul concetto di rimozione e sulla Metapsicologia, ha cercato di spiegare come e perché vi siano processi inconsci; a livello clinico, si è ritenuto che l'interpretazione fosse lo strumento che poteva rendere cosciente l'inconscio. In tal modo la psicoanalisi si è legata indissolubilmente alla “parola”, cioè al mezzo di comunicazione col quale si pensava si esprimesse quanto si presupponeva essere la “coscienza”.
Il quadro ora sommariamente tratteggiato è cambiato da qualche decennio, e le conseguenti concezioni psicoanalitiche non sono più, oggi, così sicure, né tanto meno semplici. Le due prospettive sopra enunciate — teorica e clinica — non sono più condivise. Le invenzioni concettuali di Freud per descrivere ed eventualmente