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L'hobbesismo non aveva del tutto torto, nonostante ciò che la nuova ortodossia intersoggettivista vorrebbe farci credere. Mentre è fuor di dubbio che la svolta intersoggettiva sia stata un evento decisivo nell'evoluzione della filosofia sociale e politica, è pur vero che, quando si rifiuta recisamente una modalità teorica precedente, qualcosa di importante va sempre perduto. In effetti, oggi che l'intersoggettivismo minaccia di diventare il principale pregiudizio teorico della nostra epoca, abbiamo qualche motivo di preoccupazione. In questo articolo il mio obiettivo è pertanto quello di allentare la morsa del paradigma intersoggettivo sulla nostra immaginazione teorica. Ciò a sua volta ci permetterà di recuperare almeno in parte il contenuto di verità dell'hobbesismo che si è perso per strada (per hobbesismo intendiamo qui in senso lato una visione essenzialmente basata su individui isolati, naturali, asociali e dotati di finalità strategiche).
Anche se in generale la mia critica è diretta contro i principali sostenitori del programma intersoggettivista all'interno del campo della “teoria critica”, Karl-Otto Apel e Jürgen Habermas, in questa sede prenderò particolarmente in esame l'opera di Axel Honneth. Il suo pensiero è infatti animato da più intensi conflitti interni e mostra una maggiore apertura verso le questioni che mi stanno a cuore. Inoltre, Honneth è un teorico critico ancora attivamente interessato alla psicoanalisi. E il suo tentativo di collegarla a una posizione intersoggettiva (e qui sta una delle fonti delle tensioni) rende la sua opera pertinente ai fini del mio progetto di ridirigere la “teoria critica” verso un'antropologia di stampo psicoanalitico che combini le scoperte empiriche delle scienze umane con la riflessione filosofica. Dopo aver esposto nella prima sezione il contesto teorico più ampio, mi dedicherò all'esame della discussione di Honneth su Hegel e Mead. Tornerò infine sui temi più generali.(1)
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