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Un parallelismo tra alcuni aspetti dell'opera freudiana e il pensiero di Schopenhauer fu istituito per la prima volta da Rank. Freud (1914) riconobbe la validità delle osservazioni del suo allievo e, al fine di comprovare la veridicità di ipotesi fondamentali del suo discorso, quali l'inconscio, la sessualità, la rimozione e l'istinto di morte, fece riferimento al filosofo tedesco.
Thomas Mann parlò della relazione tra l'opera del filosofo tedesco e quella di Freud in una dissertazione, tenuta a Vienna l'otto maggio 1936, in occasione dell'ottantesimo compleanno di Freud. Questi pensatori avevano espresso, egli dice (1960), una concezione rivoluzionaria dell'uomo e la convergenza è tale che “si rimane stupiti nel vedere in che misura il complesso dei suoi pensieri [di Schopenhauer] preannuncia le concezioni di una psicologia più profonda e come ne anticipa filosoficamente i risultati” (Ivi, 144).
Riferimenti a questo tema, piuttosto brevi ed occasionali, si ritrovano nell'opera di Hübscher (1973), uno dei maggiori interpreti della filosofia di Schopenhauer, e negli scritti di alcuni studiosi interessati alle origini del discorso psicoanalitico (Ellenberger, 1970; Sulloway, 1979).
Assoun (1976), acuto conoscitore del pensiero freudiano, analizza in modi articolati il rapporto di Freud con la filosofia e il suo debito nei confronti di numerosi filosofi ed in particolare di Schopenhauer. Young e Brook (1994), riconoscendo una profonda analogia tra le concezioni dei due pensatori, giungono finanche a dubitare che Freud avesse elaborato le sue teorie in maniera autonoma da Schopenhauer e ritengono dubbia l'affermazione di Freud di aver letto gli scritti di Schopenhauer dopo aver formulato le sue ipotesi sulla rimozione e la sessualità.