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Questo concetto freudiano non ha goduto di molta fortuna nella teorizzazione psicoanalitica, e i riferimenti ad esso rimangono a tutt'oggi nella letteratura piuttosto poveri. Anche nella stessa opera freudiana esso appare in modo irregolare, seppur continuo nel tempo. Cercherò oltre di capire il perché di questo andamento intermittente, mentre tenterò di tracciare un profilo teorico e storico di esso.
Per la sua definizione, partiamo, com'è d'uopo, dall'Enciclopedia della psicoanalisi di che così recita a tale proposito: “Termine utilizzato da Freud per rendere conto dell'eziologia della nevrosi e superare l'alternativa che costringeva a scegliere tra fattori esogeni ed endogeni: questi fattori sono in realtà complementari in quanto ciascuno può essere tanto più debole quanto più l'altro è forte”.
Freud descrive questo meccanismo eziologico in vari saggi che vanno dal 1892 (Abbozzi per la Comunicazione preliminare) al 1938 (Compendio di psicoanalisi), dandoci quindi l'idea di come il tema della causalità psichica e della scelta della malattia si declinasse nella sua mente per tutto l'arco della sua vita, e di come anche non abbia mai rinunciato a questo concetto, ritenendolo evidentemente fecondo. Gli altri scritti in cui compare sono: Comunicazione preliminare sul meccanismo psichico dei fenomeni isterici (1893); la Minuta B (1893); A proposito di una critica della “nevrosi d'angoscia” (1895); Tre saggi sulla teoria sessuale (1905); Introduzione alla psicoanalisi (1915-17) in cui appare per la prima volta la denominazione specifica di “serie complementare”; Nuova serie di lezioni (1932); L'uomo Mosè e la religione monoteistica: terzo saggio (1934-38).
Come si può dedurre dalle date dei lavori suddetti, persino i rimaneggiamenti teorici più radicali non hanno scalfito la stabilità di questo modello nella costruzione