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La riflessione contemporanea sulla prima consultazione psicoanalitica e sui problemi teorici e tecnici che essa pone fa riferimento a una lunga e consolidata tradizione nell'ambito della storia della psicoanalisi. La questione si manifestò, in modo organico, all'inizio degli anni venti, in un contesto fortemente stimolato dagli sviluppi e dai repentini mutamenti sociali e politici dell'Europa post-bellica. Lo stesso Sigmund Freud fu, in una circostanza eccezionale, attratto dall'idea di ampliare le possibilità di contatto tra la psicoanalisi e la società.
Ciò accadde nel 1918, subito dopo la prima guerra mondiale, quando i comunisti ungheresi, guidati da Béla Kun, conquistarono il potere. Fu formata una struttura governativa rivoluzionaria, che avrebbe preso la denominazione di “Governo dei cento giorni” a causa, appunto, della sua breve durata. Il Ministro della Pubblica Istruzione istituì la prima cattedra di psicoanalisi della storia. Tale insegnamento, che sarebbe durato quanto il governo che lo aveva voluto, fu affidato a Sandor Ferenczi. Quest'ultimo si affrettò ad invitare Sigmund Freud per inaugurare il corso. Nella medesima circostanza si tenne a Budapest il quinto Congresso internazionale di psicoanalisi. Freud intervenne, in questa unica occasione, con un discorso molto attento al problema di una estensione della terapia analitica a più ampi strati della popolazione. “Per il momento”, disse, “non possiamo fare nulla per i vasti strati popolari che soffrono di nevrosi estremamente gravi… le nevrosi minacciano la salute pubblica non meno della tubercolosi… Dovremo affrontare il compito di adattare la nostra tecnica alle nuove condizioni che si saranno create… Ma quale sia la forma che assumerà la psicoterapia…è