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Gli uomini — esordisce Tonia Cancrini con Aristotele — “tendono alla felicità” (eudaimonia), ma nel corso della vita sono destinati a incontrare a più riprese il dolore. Se si sono aperti all'amore e ai molti suoi legami, seppure con maggiore patimento e disperazione la sofferenza sentita e vissuta consapevolmente dà significato all'esistenza. Qualora al contrario il posto assegnato alla
“ricchezza dell'affettività” risulti immiserito o assente, il deserto cupo della noia e il nero della depressione invadono il vivere sconfinando, all'estremo, nel nucleo insensato della “non-umana” condizione autistica.
Il dolore — continua l'Autrice — squarcia in ogni caso l'ordine in cui ognuno crede. Sconquassa inesorabilmente la riconoscibilità del quotidiano (le coordinate usuali entro cui muoversi nel mondo) e non vi è riparo rispetto ad esso se non la memoria e i ricordi che ci consentono di rimpiangere e di continuare a cercare quanto abbiamo perduto ed è venuto a mancare.
L'esperienza della sofferenza non può così in assoluto essere preservata ad alcuno. La si deve transitare, e “con i propri tempi”, ma perché l'amore e l'odio — momentaneamente seppelliti dal danno ricevuto e dalla comune fragilità di fronte all'irreversibile (passaggio obbligato) — si trasformino in cordoglio rifacendosi pensabili e bonificabili è necessario un soccorso. “Qualcuno” che, dall'interno se adulti o dall'esterno se bambini, si faccia presente partecipando e condividendo, avendola a suo tempo conosciuta e lentamente superata, la triste sorte di chi è completamente affranto.
Ma cosa succede se questo “qualcuno” non compare o non è mai comparso e se egli stesso è o è stato sommerso dall'intensa pena a cui sollecitamente dovrebbe o avrebbe dovuto provvedere rendendola più lieve?
È la domanda che percorre ogni pagina di Un tempo per il dolore. Un libro che mostra il lavoro di una collega non distratta, capace — per idiosincratica sensibilità e vicende di vita — di non dimenticare quest'evenienza piutt