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Un richiamo alle origini. Lo intitolerei così, questo VI colloquio di Palermo, e per diversi motivi: uno sguardo alla sapienza antica, il rinnovarsi di una tradizione, iniziata nel 1978 e interrottasi con la morte di Francesco Corrao, e un forte richiamo al VI capitolo della Interpretazione dei Sogni. Poi, un susseguirsi opulento di relazioni (19 in due giorni) hanno gettato, con la originalità del pensiero di ognuno, nuovi semi di riflessione.
VI Capitolo e VI Colloquio, trattasi di coincidenza, certo, ma questo VI Colloquio aveva un suo disegno ambizioso: la psicoanalisi è una, è fondata nel VI capitolo e rifondata qui, a partire dal tema originario del sogno.
Apre dunque Fernando Riolo (“Si prega di chiudere gli occhi”) con una lunga e appassionante citazione di Aristotele e della sua visionaria teoria del sogno, di cui Aristotele coglie l'attitudine a deformare, trasformare e incuriosire, dunque a cercare un interprete in “colui che è capace di cogliere le somiglianze”. Il discorso di Riolo è un vibrato richiamo alla specificità dell'approccio analitico e pone una netta cesura nei confronti di orientamenti e tendenze che si discostano dalla tradizione classica. Forte condanna del prêt à interpréter potrei dire, che effettivamente è assai diffuso nell'odierno approccio al sogno, là dove “il costrutto interpretativo si basa sul testo manifesto assunto en masse, a dispetto delle associazioni del paziente” (e a scapito, come il titolo del convegno sottolinea, dell'analisi del sogno). Dove finisce allora il lavoro onirico? Dove quel complesso di trasformazioni che operano tra contenuto latente e contenuto manifesto del sogno?
Critica forte quindi al sogno come “tentativo di riflessione” (Fonagy) e attenzione alla psicologia onirica e al suo imprescindibile rapporto con l'inconscio, dunque con la rimozione. Corollario al rifiuto del sogno come riflessione è il rifiuto del sogno come comunicazione del paziente che “riceve il suo senso nel contesto dialogico”. Quale allora