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Il problema dei fattori terapeutici in psicoanalisi è stato lungamente ripensato nel corso della storia della nostra scienza: in un certo senso, si tratta anche di un tema obbligato di ripensamento per ciascuno di noi, lungo tutta la propria vita professionale. E di un tema obbligato per il movimento psicoanalitico, perlomeno se quest'ultimo vuole mantenere questa caratteristica di movimento anche a livello teorico, perché altrimenti è, beninteso, possibile giustapporre (a seconda del vento metaforico che tira) una spiegazione o un'altra senza sentire la necessità del passaggio, della trasformazione appunto di una teoria. Allora non c'è più movimento, ma una sequela di punti diversi.
Intendo dire dunque che così come esistono processi trasformativi nella pratica clinica, non possono non esistere processi trasformativi nella pratica teoretica. Del resto, come è stato notato da autori tra loro differenti quanto possono essere Balint(1) e Lacan,(2) le trasformazioni teoriche sono sempre state collegate ad una precedente diminuzione della vis therapeutica dell'analisi.
La questione dei fattori terapeutici ha quindi un'importanza a tutto spessore, si potrebbe dire, perché dalla loro individuazione e dalla loro concreta attuazione dipende lo sviluppo teorico e la fattibilità pratica della nostra disciplina e — se permettete — anche la nostra pratica di vita. Infatti dovremmo cambiare rapidamente mestiere se questi fattori non esistessero e se non fossimo capaci di individuarli ed utilizzarli nel corso del processo psicoanalitico. E tuttavia mentre ciascuno sa o comunque tende a darsi una spiegazione del perché quel singolo paziente è