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“Discutere in che cosa consista la nevrosi di transfert, quale sia la sua natura e quali i suoi limiti è il contenuto manifesto di una controversia accademica. Tuttavia, le idee latenti che la determinano hanno a che fare con modi diversi di intendere l'analisi e la sua prassi, quando comincia e fin dove si estende il transfert, come opera l'interpretazione, quale funzione adempie il setting”.
Queste parole di Etchegoyen (1986, 682) esprimono bene anche i motivi che mi hanno indotto a scegliere il concetto di nevrosi di transfert come filo conduttore di una riflessione sulla specificità del processo terapeutico in psicoanalisi. Riflessione che, partendo da Freud per giungere alle prospettive attuali, si propone di considerare quanto delle originarie formulazioni freudiane appartiene ormai solo alla storia della nostra disciplina e quanto è rimasto vivo, rappresentando un elemento di continuità attraverso i successivi sviluppi del pensiero psicoanalitico e una fonte non ancora esaurita di potenzialità euristiche.
Negli scritti e nei discorsi psicoanalitici odierni l'espressione “nevrosi di transfert” non si incontra spesso ed è, comunque, assai meno frequente che in passato. Viene allora spontaneo chiedersi se anche il relativo concetto stia cadendo in disuso o se invece abbia mantenuto il suo valore assumendo però, nei nuovi contesti teorico-clinici, altre denominazioni.