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Il secolo appena trascorso ha visto in campo due opposti resoconti della nascita della psicoanalisi, il primo più antico (Jones, 1953), discontinuista, tutto teso a privilegiare, del pensiero freudiano, l'irruzione quasi ex nihilo, nel bel mezzo di una sonnolenta scienza europea sin troppo conforme a canoni ormai sclerotici; il secondo, più recente (Sulloway, 1979), continuista, teso invece a recuperare, di quello stesso pensiero, i più disparati antecedenti ottocenteschi. Le due tendenze incorporano due diverse filosofie dei valori, anch'esse opposte, ma accomunate da analogo potenziale di misconoscimento. La prima rende il dovuto al genio freudiano, pagando però lo scotto di negare l'evidenza di un sapere antico e articolato che nutrì la giovinezza scientifica di Freud, precorrendo la psicoanalisi a volte con sconcertante modernità. La seconda riconosce precursori e antecedenti del pensiero freudiano, per lo più circoscrivendoli al solo Ottocento, a patto di adoperali poi per ridurre il genio del fondatore a proporzioni umane, troppo umane.
La tesi che qui sostengo si attesta su un tema di fondo decisamente continuista, ma di quel tema sviluppa variazioni che non ne condividono né la filosofia dei valori, né l'angustia dei riferimenti temporali. Essa concerne un ambito concettuale assai ben definito, quello della coppia attività/passività, i cui precursori vengono rintracciati, di necessità sommariamente, ben oltre i limiti di tempo prossimali della formazione freudiana. Lo scopo è duplice. Da una parte, dimostrare che anche le rivoluzioni scientifiche all'apparenza più radicali attingono al passato remoto, devono essersene, per così dire, preliminarmente impregnate, non fosse altro che per ribaltarne i presupposti (sarà per questo che, del passato