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“Riferirò il discorso di una paziente […] che un giorno mi diceva: “Tutto ciò che so è che a momenti mi sento vuota e ho assolutamente bisogno di essere con qualcuno ad ogni costo”, poi, essendosi fermata: “Ma può essere che il vuoto non possa essere riempito, perché è in me e qualsiasi altro oggetto non può riempirlo?” Qualche mese dopo ella offre una descrizione più precisa della sua angoscia di solitudine notturna. “La notte quando sono sola, non riesco a dormire; mi siedo e sono incapace di restar là; la mia mente è vuota ed io non posso pensare. Allora sento qualcosa nella pancia e cerco disperatamente di fare in modo che la mia mente e la mia pancia si ricongiungano e mi arrampico verso il basso per operare questa congiunzione, ma non si realizza””.
In maniera fortemente evocativa questo frammento di André Green (1983, 189, trad. it. modificata) ci introduce ad una condizione clinica con cui siamo sempre più frequentemente confrontati: il senso di vuoto e di non esistenza che attanaglia i nostri analizzandi, proiettandoli, sul piano del vissuto, in un'area fortemente psicotica, anche quando la loro fenomenologia esterna non presenta i connotati della perdita di una realtà condivisa.
Green ha descritto questa condizione come “la psicosi bianca”, in cui “l'Io procede ad un disinvestimento delle rappresentazioni che lo lascia confrontato