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I contributi scientifici di Giovanni Carlo Zapparoli si susseguono ormai da oltre mezzo secolo ed ai primi, da rigoroso ricercatore sperimentale formatosi alla scuola di Musatti, sono subentrati poi quelli nel campo clinico. Come il Musatti psicologo, Zapparoli predilige l'approccio fenomenologico e quindi intraprende un viaggio volto ad esplorare le varie espressioni della psicosi, a partire dal delirio, per passare alle perversioni, alla paura, alla noia e al tema della morte e di come affrontarla, in un percorso in cui noi diventiamo di volta in volta i suoi compagni di avventura, il suo pubblico e il suo non omnis moriar.
Con La follia e l'intermediario appare sempre più evidente che l'obiettivo è proprio una fenomenologia delle psicosi che, esattamente come aveva fatto Freud per le nevrosi, si fonda sull'osservazione e sull'esperienza clinica.
Il libro di Zapparoli è, più e meglio del solito, non solo efficace ed essenziale (quasi nessuna frase può essere eliminata tanto è consustanziale al resto), ma anche chiaro e scorrevole, qualità questa che non sempre aveva caratterizzato gli scritti precedenti.
Forse è perché, essendo ormai note le linee essenziali del suo percorso, l'Autore può anche concedere maggior spazio a quella dimensione esistenziale e filosofica che era rimasta collaterale e quasi sempre sottaciuta, nelle precedenti esplorazioni.
Zapparoli prende spunto da una lettera di Winnicott alla Segal, critica sulla di lei gestione dei pazienti psicotici, per aprire un excursus sulle caratteristiche negative di certi atteggiamenti gruppali, a partire dalle masse inneggianti alla guerra studiate da Freud, per toccare però anche qualche aspetto della formazione in alcune Società di Psicoanalisi, come quelle citate da Kernberg nel suo lavoro del 1996.
Zapparoli propone una sua alternativa costituita da “libere associazioni unificate dal comune scopo di apprendere e sperimentare