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“Nel 1991 l'American Psychoanalytical Association, dopo mesi di dibattito, ha ufficialmente adottato, con schiacciante maggioranza, una politica di non discriminazione nei riguardi dell'orientamento sessuale nella selezione dei candidati (analisti). Nel 1992 questa politica è stata estesa alle cariche relative all'insegnamento della psicoanalisi e alla
possibilità di divenire analista didatta (p. 1157)”. Così le autrici, Auchincloss e Vaughan, aprono il loro articolo che affronta in un'ottica essenzialmente teorico-metodologica il tema dell'omosessualità inquadrandolo nei più generali orientamenti della psicoanalisi anglo-americana.
Una prima considerazione: una posizione come quella riportata dalle due autrici non fa parte né della “politica” ufficiale né di quella sottintesa di molte altre Società psicoanalitiche e neanche delle istituzioni psichiatriche a cui comunque un omosessuale giunge quando si è già convinto di essere “anormale” come del resto capita ad altri tipi di sofferenza psichica di cui un esempio che è ormai sotto gli occhi di tutti è il sintomo depressivo.
Ma ciò che viene messo in grande rilievo nel numero dello Japa preso in esame, è l'ombra del pregiudizio omofobico che secondo molti autori si allunga ancora pesantemente sulla comunità analitica malgrado gli sforzi fatti. Poiché qualsiasi pre-giudizio è nemico del metodo psicoanalitico e la psicoanalisi non può che avvantaggiarsi del superamento di ogni posizione pre-costituita, è con un senso di liberazione che ho accolto l'innovazione apportata dall'APA che ha esteso agli omosessuali la possibilità di diventare analisti; d'altro canto non posso neanche negare che mi lascia alquanto perplessa il metodo con cui al momento attuale è stato superato il pregiudizio sugli omosessuali, improntato com'è, lo si evince da molti dei lavori pubblicati in questo numero, ad una correctness politico-culturale, cioè ad un procedimento che lavora principalmente sugli aspetti intersoggettivi della faccenda, pri