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“Ben detto — rispose Candido — ma dobbiamo coltivare il nostro giardino”
Gli articoli raccolti in questo fascicolo della Rivista, come è accaduto abbastanza spesso in questi ultimi anni, sono attraversati da un filo che in una certa misura li tiene insieme. Purché si intenda questo legame come sufficientemente debole e rispettoso dei differenti punti di vista, esiste in alcuni casi un filo tematico che la Rivista può portare in luce, anche facendo incontrare Autori che mandano con un articolo un frutto del proprio giardino, e magari si ignorano reciprocamente. Questa è una sua specifica funzione culturale e ci ritornerò sopra più tardi.
La questione della coscienza, alla quale l'intervista iniziale più direttamente si riferisce, è ora nuovamente di attualità; ma lo è in un modo piuttosto diverso da quello contro il quale Freud costruiva cento anni fa la sua scienza dell'inconscio.
Si trattava allora di contrastare il paradigma dominante in psicologia, per il quale la coscienza era una qualità già data, ed in essa si esauriva la totalità dello psichico. Freud era in grado di dimostrare, invece, che la coscienza è il risultato, pieno di lacune, di un lavoro psichico; e che piuttosto in questo lavoro consiste la nostra vita psichica dinamicamente attiva.