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“La psicoanalisi parte da una premessa di fondo, la cui discussione è riservata al pensiero filosofico e la cui giustificazione risiede nei suoi stessi risultati. Di ciò che chiamiamo la nostra psiche (o vita psichica [Seelenleben: vita dell'anima]) ci sono note due cose: innanzitutto l'organo fisico e il suo scenario, il cervello (o sistema nervoso) e, in secondo luogo, i nostri atti di coscienza che sono dati immediatamente e che nessuna descrizione potrebbe farci comprendere più da vicino. Tutto ciò che sta in mezzo fra queste due cose ci è sconosciuto, e non è data una relazione diretta fra i due estremi del nostro sapere. Ma se pure una tale relazione esistesse, al massimo potrebbe fornire un'esatta localizzazione dei processi della coscienza, comunque non potrebbe aiutarci a comprenderli meglio”.
Così iniziava Freud quel Compendio di psicoanalisi del 1938 nel quale, come si sa, intendeva “radunare i capisaldi della psicoanalisi esponendoli, per così dire, dogmaticamente”. Dopo aver già da tempo affermato che “la proprietà dell'essere o no cosciente rappresenta l'unico faro nella tenebra della psicologia del profondo”, Freud sembra dunque prendere nettamente posizione circa la possibilità di superare il gap esplicativo che separa i “due estremi del nostro sapere”, cioè l'hard e gli easy problems, come sono definite oggi rispettivamente la questione della soggettività e dell'esperienza di essere un soggetto cosciente