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Dolore. Si fa presto a dire dolore, così come si fa presto a pensare che, quando lo si dice, gli altri comprendano immediatamente di cosa si tratti. C'è del desiderio, forse, in questo atteggiamento. Desiderio di essere capiti, di condivisione, di essere coccolati, consolati. Insomma desiderio di annullamento o almeno di compensazione del dolore.
Veramente, quando parliamo di dolore dovremmo innanzitutto distinguere tra il dolore fisico e quello psichico, ma già il fatto che un'unica parola possa riferirsi a questo o a quello, fa balenare l'idea che questa distinzione sia di natura quantitativa: al di là di una determinata soglia, qualunque stimolo provoca dolore. Un grido improvviso e troppo vicino, una fonte di calore, un racconto o un ricordo o un urto contro un oggetto. Inoltre, la distinzione tra dolore fisico e dolore psichico è sì quantitativa, ma anche in un senso particolare: che nell'ambito del dolore possiamo talora ancora conservare una capacità discriminativa relativa alla natura dello stimolo che lo ha provocato. Oltre questa soglia, il dolore non ha più distinzione né di fonte né - perfino - di intensità. Prelude al buio.
Può opporsi a questa concezione un'altra, che conserva una distinzione radicale tra dolore fisico e psichico e che semmai fa derivare quest'ultimo dalla elaborazione psichica del dolore fisico. A me sembra che questa seconda concezione sia scarsamente fondata da un punto di vista logico: se riteniamo infatti che il dolore sia comunque un evento psichico, l'espressione “dolore fisico” può avere solo il significato di “dolore la cui causa è attribuita al corpo”, una proposizione che merita qualche precisazione.
Nell'ambito di una posizione sostanzialmente monistica, che riconosca però la realtà di un dualismo conoscitivo, il giudizio di attribuzione che giustifica l'uso