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“Mi ha chiamata fuori e mi ha chiesto cos'è l'intelligenza. Non ho saputo cosa dire. La prossima volta (aggiunge furiosa e scandalizzata ma anche aspettandosi complicità da parte dei presenti) gli dirò di darmi un vocabolario”. È la frase, detta da una ragazza da poco tredicenne, che ho ascoltato casualmente all'uscita di una scuola. Si rivolgeva alla madre che l'attendeva al termine delle lezioni.
Un aneddoto, ma emblematico: mi sembra possa ben aprire alcune riflessioni sulle vicissitudini del pensiero e della libertà di pensare all'epoca dello sviluppo; una transizione, questa, che è contemporaneamente sviluppo del corpo e del pensiero, di cui il pensare su di sé è, per l'individuo, un aspetto qualificante.
Di tale intreccio mi occuperò cercando di mettere in evidenza come questo passaggio evolutivo costituisca o, meglio, possa fondare uno snodo centrale del processo di soggettivizzazione (su quest'ultimo mi soffermerò poi più precisamente nella parte finale di questo lavoro). Lo studio della preadolescenza infatti consente di richiamare l'attenzione sulla parte che ha, nel cammino del divenire soggetto, la relazione che l'individuo intrattiene con il proprio corpo in trasformazione.
Partiamo dalla ragazzina che si pensa incapace di dare una propria risposta alle questioni poste dall'altro e gli chiede un vocabolario. L'altro, l'estraneo, il nuovo nello sviluppo è, a mio giudizio, prima di tutto il corpo.
Vista in quest'ottica quella frase esemplificherebbe un vissuto ed una necessità caratteristici del momento di passaggio dello sviluppo che è definibile come preadolescenza.