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In un precedente lavoro dedicato al saggio di Sigmund Freud Il Mosè di Michelangelo (il saggio, com'è noto, fu pubblicato anonimo su “Imago” nel 1914) ho affrontato il tema forse più congeniale ad un filosofo di orientamento fenomenologico: quello del modo specifico della visione, dello “sguardo”, rivolti da Freud alla statua (Trincia, 2000). Ero guidato dalla convinzione che l'indagine della soggettività osservante di Freud consentisse di comprendere aspetti essenziali sia del metodo del suo pensiero e dei rapporti che in esso si istituiscono tra l'attenzione rivolta all'inconscio e quella rivolta invece al conscio, sia anche della posizione che Freud si autoassegnava, attraverso un complesso meccanismo di identificazioni, nei confronti della figura di Mosè quale archetipo e modello di eroe etico, che si pone alla guida di un evento collettivo dall'immenso significato spirituale.
Pur non avendo trascurato l'aspetto per così dire “oggettivo” dell'interpretazione freudiana della statua, ed in particolare la questione del ruolo che gioca la mano destra del Mosè michelangiolesco sulle cui dita scorre la barba in seguito al movimento della testa verso sinistra, rimane tuttavia ancora aperta la possibilità di approfondire e di raffinare la lettura di quella interpretazione, proprio muovendo dal senso del rapporto tra le dita della mano e la barba che in esse scorre, scomponendosi e ricomponendosi in ciocche. L'approfondimento si realizza attraverso una più “oggettiva”, più verificabile comprensione di quella che deve essere definita l'“intenzione storiografica” di Freud: una “intenzione” che può e