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Questo volume di G. Hautmann è l'ultimo di una trilogia di cui i primi due sono La psicoanalisi tra arte e biologi a e Il mio debito con Bion, entrambi editi da Borla. Nel loro complesso rappresentano la raccolta dei contributi più significativi che questo psicoanalista italiano ha prodotto in oltre quarant'anni di lavoro e di riflessioni. Forse, non a caso, il primo capitolo di quest'ultimo volume è intitolato “La mia psicoanalisi”. Esso inquadra, direi meglio, situa il suo pensiero nel contesto storico-culturale in cui, nel secondo dopoguerra, la psicoanalisi italiana incominciava ad acquisire una sua fisionomia specifica sviluppandosi a distanza dai grandi centri della psicoanalisi internazionale ma aprendosi agli influssi stranieri, specialmente britannici, soprattutto kleiniani, bioniani e winnicottiani. Nel caso di Hautmann l'influenza di Bion è stata decisamente preminente ma colpisce, oggi, in questi anni di disaffezione se non di abbandono dei classici, la sua rigorosa e approfondita conoscenza di Freud come la si evince ad esempio nel quinto capitolo del libro che riprende la relazione che egli presentò, nel 1978, in occasione del 38° Congresso degli psicoanalisti di lingue romanze. E, d'altro canto, Bion che è l'autore di riferimento principale di Hautmann non viene adottato meccanicamente ma è incessantemente “lavorato” in maniera creativa tanto che non possiamo dire che Hautmann sia bioniano ma che è uno psicoanalista che utilizzando a piene mani Bion è diventato psicoanaliticamente Hautmann.
Non è possibile nello spazio di una recensione descrivere l'avventura di un pensiero, peraltro assai complesso, ma i lettori che vorranno cimentarsi con l'intreccio dei concetti e con le articolazioni dei piani presi in considerazione potranno godere del piacere di partecipare ad una avventura intellettuale di grande respiro. D'altro canto l'oggetto della psicoanalisi e quindi della riflessione di Hautmann è l'organizzazione della mente umana, tema questo che non co