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Nella scheda precedente ho segnalato la possibilità di consultare in rete il sito della Rivista all'indirizzo: psyche.de e torno sull'argomento per presentare al lettore alcune notizie che potrebbero essere utili per conoscere le radici culturali di Psyche. Mi soffermo, quindi, sulla pagina dedicata alla “Selbstdarstellung” (autopresentazione) della Rivista che si confronta con la propria storia. Ne rilevo alcuni dati che contrassegnano una sequenza evolutiva: la Rivista nasce nel 1947 come Annuario della psicologia del profondo e dell'antropologia poi l'Annuario diventa Rivista, e infine, nella versione attuale, porta il nome di Psyche, col sottotitolo: Rivista di psicoanalisi e delle sue applicazioni, aggiunto per mettere in evidenza come Psyche intenda diffondere quei contributi che, con l'ausilio degli strumenti psicoanalitici, si prefiggono di focalizzare sviluppi ed evoluzioni nei campi culturale, sociale e politico. “S'intende con ciò”, precisa il direttore, “l'interpretazione di opere d'arte, della letteratura e della musica, ma anche tematiche legate alla storia recente (inclusa la storia della psicoanalisi), alla politica, alla sociologia, all'etnologia e alla ricerca delle donne (Frauenforschung)” (trad. mia). Fin dagli anni '70 e, soprattutto, negli anni '80 la Rivista aveva pubblicato lavori volti ad analizzare il coinvolgimento attivo e passivo della psicoanalisi tedesca, dei suoi rappresentanti e delle sue istituzioni, col nazionalsocialismo. In quest'ambito mi era sembrato di poter indicare come una sorta di filo rosso attraversasse numerose pubblicazioni inerenti le ripercussioni di eventi traumatici individuali e collettivi.
Anche quest'anno la tradizione continua con un numero monografico (9/10) dedicato alla Psicoanalisi della distruttività umana. Impossibile esplorare questo fenomeno, afferma Werner Bohleber, il direttore della Rivista nell'avvertenza editoriale, senza un'attenta riconsiderazione dell'evoluzione della teoria pulsionale. Nell'