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“Fino a quando esisteranno degli scritti nessuno, mai, avrà l'ultima parola”
Care Colleghe, Cari Colleghi, Cari Lettori tutti, vi confesso di provare un po' di emozione nello scrivere un editoriale nella veste di direttore della ‘nostra’ Rivista di Psicoanalisi. Qui oggi a firmare per la prima volta un numero della Rivista, di fronte a una tradizione di mezzo secolo della storia editoriale della S.P.I. Chi mi ha preceduto mi ha avvertito. So che sto intraprendendo un lavoro che richiede polso, equilibrio, capacità decisionali, ma che mi vede impegnato con piacere. Un lavoro che, prendendo spunto dalle basi e dalle consuetudini di chi si è già fatto carico di questo compito, intende però apportare gradualmente delle innovazioni. L'eredità dei padri occorre conquistarla e farla propria, ci ammonisce Goethe, citato anche da Freud. Un'eredità che posso considerare anche un'investitura, un mandato a continuare, e a migliorare se possibile, un progetto editoriale lungo quel ‘filo’ di freudiana memoria di un desiderio forte, che riunisca il passato e il presente lungo un asse capace di gettare- innovativamente - un ponte verso il futuro. Penso inoltre che il mandato ricevuto sia soprattutto quello proveniente dall'intero gruppo dei Soci della S.P.I., che eleggono il direttore della Rivista di Psicoanalisi.
Considero pertanto la nostra Rivista un patrimonio culturale e affettivo dell'intera S.P.I. È all'intera S.P.I. pertanto che devo rispondere del mio operato, a tutti i Soci che la compongono. Per questo so che si tratta di un ambito di investimento e di conseguente operatività la cui riuscita dipende dalla quota di interesse libidico, dalle competenze, dall'entità dell'essere disponibile che chi decide di dedicarsi alla Rivista immette nel suo compito: il direttore, chi lavora con lui, come i redattori, i lettori, quanti vorranno prestare la loro collaborazione stabilmente o con progetti e obiettivi più circoscritti nei tempi e nei modi. So pertanto che l'e