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Si ha un bel riunire trenta raggi in un mozzo, l'utilità della vettura dipende da ciò che non c'è. Si ha un bel lavorare l'argilla per fare vasellame, l'utilità del vasellame dipende da ciò che non c'è. Si ha un bell'aprire porte e finestre per fare una casa, l'utilità della casa dipende da ciò che non c'è. Così traendo partito da ciò che è, si utilizza quello che non c'è Lao Tzu, ca. 500 a.C.
Inizierò con una riflessione personale, perché l'espressione “lavoro di frontiera” ha un profondo significato personale per me. La mia vita, dall'infanzia fino all'età adulta, è stata, infatti, plasmata dall'attraversamento di frontiere politiche e geografiche, prevalentemente ostili e minacciose. Vivo e lavoro in Israele, dove il territorio e lo spazio sono vistosamente privi di confini stabiliti formalmente e identificabili con sicurezza. In mancanza di questi, le forze armate, il terrore e la violenza rimettono ogni giorno in discussione l'identità e i confini personali e collettivi. Tutto ciò ha indubbiamente segnato la mia esperienza personale e psicoanalitica sotto molti aspetti. A questo si aggiunga che, dividendo il mio tempo professionale fra lo studio dove esercito la psicoanalisi, una cattedra universitaria e diverse applicazioni della psicoanalisi, mi trovo quotidianamente a svolgere un “lavoro di frontiera”. Accolgo con piacere questo