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Vorrei affrontare un tema così vasto e così ampiamente trattato, concentrandomi su alcune domande, che ritengo essenziali, e cercando di sviluppare argomenti, che, anche se non del tutto nuovi, tendano pur tuttavia a corrispondere, nel modo più aderente possibile, alle domande stesse.
Le domande che vorrei formulare sono sostanzialmente tre.
Prima domanda. È possibile cogliere nella psicoanalisi un atteggiamento metodologico, un modo di pensare, un orientamento interiore, che pur essendo specifico delle psicoanalisi, possa essere attivato anche in situazioni non analitiche, quali una visita psichiatrica, la gestione di un pronto soccorso ospedaliero, la conduzione di un gruppo di riabilitazione psichiatrica e altre situazioni simili?
Seconda domanda. Ammesso che tale “essenza” psicoanalitica sia identificata, è possibile farla circolare nelle istituzioni senza smontarla? Il gruppo istituzionale è inevitabilmente, per sua natura, estraneo o addirittura ostile a questo atteggiamento psicoanalitico o sono possibili forme di circolazione non distruttive e non superficialmente appiattenti o banalizzanti?
Terza domanda. Se, come è accordo quasi universale, la leadership nelle istituzioni svolge un ruolo essenziale, quale può essere la funzione, a questo livello, di uno psicoanalista, che sia anche dirigente? Più precisamente, quali funzioni della leadership vanno attivate in modo particolare, perché il leader sia al tempo stesso fedele alla sua natura istituzionale e alla sua identità di psicoanalista?