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La comunità psicoanalitica in Europa sta vivendo una fase di notevole cambiamento. Dopo la caduta del Muro di Berlino, la psicoanalisi in Europa Orientale ha registrato un considerevole sviluppo. Almeno nel mio paese, la Russia, di cui sono in grado di parlare con una certa libertà, da quando sono stati instaurati i primi contatti con gli psicoanalisti occidentali il progresso compiuto è stato enorme.
Ad essere del tutto onesti, sotto il regime sovietico la psicoanalisi non era completamente scomparsa. A Mosca, per esempio, alcuni entusiasti autodidatti come Sergey Agrachev erano riusciti a portare avanti la loro nuova carriera fin dalla fine degli anni Settanta.
In segreto, naturalmente. Tuttavia, né loro né quelli che si aggiunsero successivamente avevano mai visto un analista occidentale in carne e ossa prima della fine degli anni Ottanta.
Descrivendo la situazione di questi colleghi, Sergey Agrachev (1998) notava una paura verso tre diversi aspetti:
Paura del passato, ossia di dover cominciare da zero, senza radici né tradizione alle loro spalle.
Paura del presente, ossia della realtà che poteva irrompere in qualsiasi momento nella stanza d'analisi.
Paura del futuro, di quel futuro che avevano sempre sognato ed era ormai giunto: dissoluzione della “cortina di ferro”, libertà di rapporti con i colleghi