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Nel 1987, sotto gli auspici della vecchia e nuova Società ungherese, fu organizzato in Ungheria un incontro tra l'Esecutivo dell'EPF e un gruppetto di potenziali candidati provenienti da varie parti dell'Europa Orientale. Per vari anni i contatti furono sporadici, ma la comunità analitica continuò più o meno a interessarsi - se vogliamo dire così - dell'Europa Orientale. Il fatto che non esistessero istituti come quelli dei paesi occidentali più sviluppati era considerato la prova della totale mancanza di competenza, di una base su cui promuovere lo sviluppo dell'analisi.
L'incontro di Budapest fu anche contrassegnato da qualche tono acceso. Gli orientali sostennero che, prima di prendere qualsiasi decisione, sarebbe stato almeno consigliabile verificare e studiare sul campo lo stato reale della situazione. Organizzare quell'incontro, naturalmente, fu innanzi tutto una dimostrazione di coraggio da entrambe le parti. L'esecutivo dell'EPF, specialmente nella persona del suo presidente Han Groen Prakken, artefice dell'incontro, in un certo senso lanciava una sfida ai princìpi costituiti dell'ufficialità. La situazione non era più facile per i cosiddetti “nessuno” dell'Europa Orientale. Per essi si trattava di affrontare una sorta di test di vulnerabilità narcisistica, ma i problemi riguardavano anche la realtà esterna, visto che nella maggioranza provenivano da oltre cortina e, considerato che nei loro paesi l'analisi era una disciplina semiclandestina, avevano scelto un percorso rischioso. Per entrambe le parti si apriva un lungo periodo di attesa e di speranza. Tuttavia, la decisione presa a Budapest di “andare a conoscere l'Est” costituì il primo passo del cosiddetto “Progetto Europa Orientale”,