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Vorrei riprendere alcuni temi di cui mi sono occupato (Berti Ceroni, 2002), cercando di avvicinarmi al centro di un argomento che sento cruciale: la psicoanalisi è tradita o trae nutrimento da attività terapeutiche che si collocano ai suoi bordi o—almeno in prima istanza—fuori di essa? O, semplicemente, è ad esse indifferente? O, infine, ne carpisce i contributi senza gratitudine?
Propongo di rovesciare la prospettiva che più di frequente viene usata: non parlo della psicoanalisi che ispira processi di cura o dà conto di come essi siano efficaci, seppure avvengano fuori delle sue modalità tecniche abituali o delle sue più consumate variazioni, ma mi chiedo se e quali degli sviluppi concettuali e tecnici della psicoanalisi siano stati promossi—almeno parzialmente—da questi processi di cura: non quindi l'applicazione—più o meno epistemologicamente lecita e più o meno proficua—delle conoscenze psicoanalitiche fuori delle sue mura, ma la stimolazione di sviluppi teorici e tecnici nella psicoanalisi da parte di attività terapeutiche svolte ai suoi margini o fuori di essi. Il tema è comunque il nesso sempre stretto fra cura e conoscenza.
Vorrei in primo luogo rifarmi ad un momento storico preciso, la fine della seconda guerra mondiale e il dopoguerra in Inghilterra: Balint lavorava con un gruppo di medici di medicina generale per identificare modalità e processi augurabili di cura nel loro stesso ambito professionale, Winnicott era pediatra e osservava gli scarabocchi che i suoi piccoli pazienti erano messi in condizione di fare, Bion e molti altri si occupavano di gruppi; al Tavistock Institute Jaques e altri si avventuravano sul terreno del funzionamento dei gruppi sociali. Balint e i suoi