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«Supponiamo che un pittore veda un sentiero in un campo di papaveri e lo dipinga: ad una estremità della catena di eventi è il campo di papaveri, all'altra una tela con del colore distribuito sulla sua superficie. Qualora riconoscessimo che quest'ultima rappresenta il primo, dovremmo supporre che, malgrado le differenze fra un campo di papaveri ed una tela, malgrado la trasformazione che l'artista ha effettuato in ciò che ha visto, per fargli assumere la forma di un quadro, qualcosa è rimasto inalterato e che il riconoscimento dipende da questo qualcosa. Chiamerò invarianti gli elementi che costituiscono ciò che nella trasformazione resta inalterato … Come le trasformazioni di un pittore variano a seconda del tipo di visione (understanding) che la sua pittura deve comunicare, così la trasformazione dell'analista varierà a seconda del tipo di comprensione che egli desidera comunicare»
Questo exergo, tratto dall'inizio di Trasformazioni di Bion, segnala quanto il pensiero psicoanalitico, da sempre, fin da Freud, in bilico nel dibattito delle opinioni fra il versante artistico e quello scientifico, possa spaziare in un ventaglio polisemico di espressioni, a seconda di ciò da cui parte per procedere, di quale comprensione riesce a sviluppare e di cosa intende comunicare. Ferma restando la necessità di contare su delle «invarianti» che si mantengano fedeli allo specifico dell'oggetto psicoanalitico.
Lo specifico dell'oggetto psicoanalitico è in questo caso per noi, fra continuità e cambiamento, la Rivista di Psicoanalisi, soggetta perciò anch'essa alla necessità di mantenere delle «invarianti» per delle trasformazioni che la riguardano direttamente. Come abbiamo già esposto altrove, il nostro programma prevede di poter costituire la Rivista come luogo per tutte quelle forme di espressione di idee e concetti psicoanalitici che, basandosi su invarianti coerenti con lo specifico psicoanalitico, vadano a costituire la testimonianza di differenti forme di trasformazioni. A ques