You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Scopo di questo lavoro è quello di mettere in relazione il tema della soggettività dell'analista con alcuni assunti della teoria della clinica all'interno del cosiddetto orientamento psicoanalitico relazionale. Per fare ciò utilizzeremo un aspetto particolarmente problematico della tecnica analitica comunemente rubricato sotto la voce self-disclosure.
Questo concetto, sin dalla sua formulazione, ha suscitato, per comprensibili ragioni, una certa diffidenza fra gli analisti. Per quanto ci riguarda il termine non esprime appieno ciò di cui vogliamo parlare.
Il nostro obiettivo non è quello di mettere in discussione il vecchio sistema di regole tecniche ormai validato e collaudato, né tantomeno di propagandare un atteggiamento di spontaneismo autodisvelatorio da parte dell'analista, quanto piuttosto quello di valutare la possibilità di riconsiderare il nostro strumentario tecnico attraverso un attento esame non solo di ciò che diciamo di noi stessi, consciamente o inconsciamente, ai nostri pazienti, ma anche dell'uso che facciamo sempre di noi stessi nel lavoro analitico.
L'enfasi posta dal dibattito contemporaneo sulla natura relazionale del processo psicoanalitico (Mitchell, 1988), pone l' analista di fronte ad una ridefinizione di un aspetto centrale del metodo clinico, quello riguardante l'influenza della propria soggettività nella costruzione del processo stesso. In questa ottica l'ambito di osservazione non è più, quindi, limitato al paziente e alle sue operazioni