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L'idea di aprire una nuova rubrica intitolata La stanza del dibattito è stata motivata, come ha scritto il direttore nel suo editoriale, dal fatto che il panorama attuale appare complessivamente caratterizzato da una vasta gamma di posizioni teoriche che, se, per certi versi, rappresentano un aspetto fecondo ai fini dello sviluppo della psicoanalisi, determinano tuttavia anche, nel loro insieme, un certo grado di disorientamento che rende talvolta non facile confrontarsi. In un simile contesto culturale c'è apparso utile favorire il dialogo tra studiosi, che privilegiano diverse concezioni metodologiche, teoriche e cliniche, al fine di delineare, con maggiore chiarezza, differenze e punti di contatto tra i vari filoni di ricerca, di stimolare un maggiore interesse reciproco e di illuminare problemi che rimangono tuttora in parte irrisolti. Con questo obbiettivo, vorremmo di volta in volta proporre una discussione su un articolo apparso nella nostra rivista, pubblicare dibattiti o infine accostare scritti, nei quali sia possibile scorgere una diversità di opinioni su qualche problematica.
La scelta degli articoli sarà operata in base all'attualità dell'argomento e nell'intento di far sì che non venga privilegiata alcuna opzione e si crei invece un'alternanza in modo tale che siano rappresentate le diverse impostazioni teoriche.
Abbiamo dato inizio a questa rubrica proponendo una riflessione di G. Di Chiara, di A. Ferro e di A. Robutti dell'articolo di E. Mangini dal titolo Assenza e presenza del desiderio dell'analista come fattore di trasformazione psichica. Offrire diverse letture di uno stesso articolo ha lo scopo di mettere in luce molteplici angolazioni di una medesima problematica, stimolare nel lettore un confronto tra impostazioni diverse e promuovere una critica del testo. Nell'articolo l'autore privilegia una posizione metodologica, che si potrebbe definire per certi versi classica, e pone alcune critiche a una concezione intersoggettiva dell'incontro analiti