You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Il bel lavoro di E. Mangini esplora l'affaccendato, variopinto cantiere dove si svolgono i lavori della psicoanalisi contemporanea attorno ai fattori della cura. L'approfondimento e la valorizzazione del ruolo svolto nella cura psicoanalitica da parte della persona dell'analista contrassegna in ogni parte del mondo la qualità di questi lavori.
Significativamente Mangini sceglie di nominare con il termine “desiderio” la funzione terapeutica personale dell'analista: un ponte lungo verso Freud, da una parte, e una improvvisa cesura nella direzione di Bion. Ma rimane aperta la questione della definizione di questo desiderio.
Sommariamente vi sono due definizioni e due corrispondenti declinazioni di esse:
1) una è quella del desiderio di aiutare il paziente, di avere con lui una buona relazione che aiuti a strutturare un buon Sé, utilizzando empatia, alleanza terapeutica, presenza.
L'altra è il desiderio di aiutare la trasformazione del paziente con uno specifico atteggiamento mentale che aiuti a identificare, chiarire e reinterpretrare svariate volte la trama interna e patogena del paziente stesso.
Credo che non sia corrispondente alla realtà che solo nella seconda ipotesi si impieghino concetti come il transfert, il controtransfert, la rêverie, l'ascolto, l'interpretazione e la costruzione; né che sia appannaggio solo della seconda formula l'impiego dei concetti di conscio ed inconscio.
Il problema è costituito dal fatto che tali concetti chiave vengono impiegati, così come una loro forma di uso pratico nella clinica, in assenza di una definizione