You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Questo articolo è interessante perché, proponendo alcuni temi centrali della psicoanalisi contemporanea, tra cui l'astinenza, la neutralità dell'analista, l'opportunità o meno del coinvolgimento, la spontaneità e così via, invita alla discussione.
Quello che ho trovato un po' disturbante, leggendo il lavoro, è un certo clima emotivo che l'autore tende a creare nel lettore: la paura di pericolosi quanto vaghi nemici della psicoanalisi.
Vaghi, dicevo. A pagina 576 trovo questa lunga frase:
“Insomma alcuni pensano che il cambiamento psichico possa essere determinato dall'analista reale che attraverso l'empatia, l'alleanza terapeutica, la sua “presenza”, e un autentico desiderio di aiutare il paziente, porta avanti una buona relazione di cura di per se stessa strutturante il Sé del paziente, altri invece pensano al cambiamento psichico come ad una trasformazione del funzionamento psichico del paziente che si attua attraverso operazioni rese possibili dall'assetto mentale dell'analista (quindi dell'analista come “funzione”) che usa strumenti quali l'ascolto, l'analisi del transfert e del controtransfert, la rêverie, l'interpretazione, la costruzione”.
Si direbbe che ci troviamo di fronte a due fazioni contrapposte. Ma chi “abita” queste fazioni? L'autore non fa nomi, la cosa resta nel vago. Secondo me, l'empatia, l'alleanza terapeutica, la presenza dell'analista e la buona relazione non sono in antitesi con l'assetto mentale psicoanalitico, l'ascolto, l'analisi del