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Leggere Conversazioni al confine del sogno, è stato come immergermi in un'atmosfera coinvolgente, fra psicoanalisi e poesia. Ho potuto godere dell'illusione che i miei pensieri e i ricordi, che di volta in volta affioravano, interagissero con quelli dell'Autore, in uno sforzo comune, volto a creare qualcosa di nuovo.
“In questo capitolo chiederò al lettore di fare una cosa un po' differente. Chiedo al lettore di ascoltare il proprio ascolto: il che significa ascoltare il modo in cui egli ascolta, e udire me che ascolto, una poesia; e successivamente confrontare quei “suoni” col modo in cui egli ascolta, e sente me che ascolto, una seduta d'analisi” (nel testo, 79; trad. mia).
L'“intreccio” nel quale mi sono sentita coinvolta è tratteggiato in questo incipit diretto e invitante. Il libro, secondo gli intenti e la definizione dell'Autore è: “un libro di conversazioni”: quelle che si svolgono all'interno dell'analista e del paziente, dello scrittore e del lettore, e fra di loro.
Conversazioni reali e immaginarie, avvenute, taciute, ancora da compiersi.
Riferendosi alla scrittura di Winnicott, Ogden scrive: “Le idee sono lì per essere colte/create da chi legge” (Ogden, 231, trad. mia). Ecco il presupposto perché accada quell'evento unico, vitale, in cui il lettore dà forma a un testo, ascoltandolo.
Ogden non descrive un pensiero, ma allude ad una peculiare esperienza: quella che il lettore vive, sentendosi parte di un' esperienza condivisa.
Leggendo Conversazioni al confine del sogno, si ha l'impressione di conversare con l'Autore!
Mentre scrivo, scopro che Melanie Hart, nella sua recensione, pubblicata sull'International Journal of Psychoanalysis (giugno, , 769), descrive una reazione simile alla mia.
Se questa è la risposta che si attiva nel lettore, si può proprio dire che Ogden non teorizzi una sorta di spazio transizionale ma lo crei. Al termine della lettura, resta la sensazione di aver compiuto uno sforzo arricchente.
La parola “conversazione” deriva dalla congiunzione “c