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Un congresso imponente, questo 63° Congresso degli psicoanalisti di lingua francese. Imponente come numero di partecipanti, più di 800 persone, di cui 600 appartenenti alle due società francesi (APF e SPP), ma anche imponente la rappresentazione della psicoanalisi francese. Questa infatti si presenta sempre più come un corpus teorico compatto che, con metodo, lentamente anche assorbe e fa propri gli apporti che le arrivano dall'esterno, rielaborandoli spesso creativamente al suo interno, ma sempre con una estrema attenzione all'“ortodossia”.
Gli psicoanalisti francesi sono da sempre profondi e meticolosi conoscitori del corpus freudiano e seppur in esso orientati in certe direzioni da sempre privilegiate, sviluppano la loro creatività e il loro pensiero, comunque raffinato e colto, anche annettendo ai bordi, con una certa condiscendenza nei confronti dell'esterno, ma talora anche, ci sembra, con lo spirito di una incursione un po' impropria e rischiosa, come di adolescenti che però debbano subito rientrare e giustificare il loro operato.
Questo ha peraltro il grande vantaggio di determinare una continuità e una coerenza nello sviluppo della metapsicologia, di mantenere un'area di riferimenti e di terminologia comuni e condivisi e di articolare, nel rispetto dell'“eredità e del legato” dei padri - come sottolinea André Beetschen (APF) nel suo lavoro - le difficoltà del rapporto col padre, nucleo di riferimento costante nel pensiero francese.
E il rigore che impronta questo congresso, che vuole essere, per scelta, prevalentemente a carattere teorico, ripercorre nella sua struttura la relazione col padre.
A due delfini, con anni di anticipo - sono già stati programmati i temi fino al 2007 - viene affidato il compito di svolgere le relazioni portanti del congresso. Un grande onore, che attesta il riconoscimento dei padri e un grande onere, per l'impegno richiesto da questi lavori, che devono essere “veri status dell'arte sull'argomento trattato” come scrisse Squitieri (2002