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Lo psicoanalista — si sa — è al tempo stesso medico e medicina; ma di questa peculiarità del nostro assetto professionale siamo, a dire il vero, più preoccupati che inorgogliti. Anche durante il recente congresso della FEP di Sorrento, che proponeva una riflessione collettiva sulla “persona” dell'analista, nella doppia dimensione intra ed inter soggettiva, non ho recepito toni autocelebrativi. Né d'altronde sarebbe possibile alcun trionfalismo quando si conosce la storia travagliata della psicoanalisi, le miserie e le follie private dei singoli, in contrasto peraltro con le straordinarie acquisizioni teoriche e cliniche della nostra disciplina.
E questo è il primo paradosso.
L'idealizzazione dello psicoanalista avviene semmai solo dall'esterno, da parte dei profani nel segno resistenziale dell'ambivalenza, da parte di chi lo eleva per poi poterlo attaccare perché non corrisponde alla pretesa immagine salvifica.
Il secondo paradosso — strettamente vincolato al primo — è che davvero a volte riusciamo a dare ai nostri pazienti ciò che noi stessi non abbiamo raggiunto: equilibrio di coppia, genitorialità, pacificazione interiore degli antichi conflitti etc. Noi persone qualunque, chiamate a fare un mestiere “non qualunque”, non è detto che nella vita quotidiana siamo più bravi, né più capaci di altre brave persone, di dare guida e consiglio. Non è affatto scontato che siamo genitori, figli, partner o cittadini migliori. La nostra “specialità” — se c'è — è solo nella terapia.
Fino ad oggi, però, non siamo riusciti ad accordarci su quali siano — o dovrebbero essere — tali specifiche qualità personali che vanno al servizio della cura. Per di più, non è semplice neppure stabilire preliminarmente cosa intendiamo per