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Uno dei motivi principali per i quali io attribuisco fondamentale importanza allo studio e alla continua elaborazione della teoria in psicoanalisi è dato dal fatto che do per scontata la impressionante diversità di ogni analista — inteso come persona — dagli altri colleghi; proprio in ragione di ciò, la teoria psicoanalitica, per quanto complessa, articolata e in vari casi conflittuale al suo interno, risulta per me essere, assieme al training e alla vita istituzionale, un potente fattore di apparentamento professionale fra tutti noi.
Noi analisti siamo una specie animale con mille varietà di razze: più o meno come i cani, che possono essere enormemente diversi tra loro per taglia, caratteristiche, temperamento, specializzazione funzionale e via dicendo (in ciò differendo sensibilmente dai gatti, complessivamente più omogenei).
Sicché, senza portare il discorso troppo sul vago, è facile evocare un momento classico del nostro lavoro in cui questa diversità diventa evidente e sommamente percepibile nel nostro vissuto: abbiamo di fronte a noi un paziente nuovo, con cui abbiamo effettuato una approfondita prima consultazione e, non avendo disponibilità in tempi brevi, decidiamo di inviarlo miratamente ad un nostro collega.
Lì scatta inevitabilmente in noi un complesso e delicato dispositivo di screening che ci porta a selezionare (con esito più o meno felice) il collega secondo noi più “adatto” ad aiutare quello specifico paziente, connotato da caratteristiche, bisogni e difficoltà che abbiamo cercato di individuare e di mettere a fuoco per quanto ci è possibile.