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So che una cosa non c'è. E' l'oblio. Che nell'eternità durano e ardono le molte cose belle che ho perduto, la fucina, la luna, quella sera.
“Il fruscio delle foglie ingiallite nel sottobosco. Tutt'intorno i colori dell'autunno. Cammino e in lontananza intravedo un cumulo di foglie che coprono qualcosa. Mi avvicino: è un corpo. Sollevo le foglie, scopro il volto, è il mio volto, sono io morto. “Allora sono già morto!”, penso. Per vederci più chiaro mi avvicino, scruto quel volto, gli occhi chiusi, la pelle. Sono io ma quel volto è più tondo, somiglia molto al volto di mia madre”.
L'uomo disteso sul sofà non era turbato nel raccontare quel sogno, e nemmeno lo era nell'ascoltarlo l'uomo seduto in poltrona alle sue spalle. Dopo una traversata, si iniziava ad intravedere la terra promessa e temuta della fine—analisi.
“L'analisi è già finita da tempo”, fu il commento al sogno “Come tanti momenti della mia vita, mi è difficile accettare che qualcosa è finito”.
Seguì un lungo silenzio.
Predominava il bianco e il grigio, nelle immagini che attraversarono la mente dell'analista. Gli occhi chiusi, la vecchia madre dormiente, poteva sembrare morta. Quanta pietas in quel bel quadro di Freud, Lucien Freud che aveva dedicato tanti quadri alla madre amata. Gli occhi del ricordo, lievemente si spostarono dal volto di quella anziana donna, a quello di un'altra donna, la propria madre. Ricordava la dignità che la morte dava al suo volto, la compostezza dopo la fatica del