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Sono profondamente convinto della centralità dell'analista come persona, o meglio della centralità del suo funzionamento mentale in seduta. L'analista non può essere “specchio”, “neutrale”, “superficie riflettente“: la vita vissuta, le gioie, le sofferenze, le perdite, i ricordi diventano quella “pasta” che pur nel rispetto totale dell'alterità del paziente, non possono non co—determinare le vicissitudini dell'incontro analitico.
Sono sempre più convinto che in analisi conti sempre di più quello che “facciamo” rispetto quello che diciamo. Per “fare” non intendo naturalmente un agire ma intendo tutte quelle operazioni mentali che compiamo in presenza del paziente. Alcune le conosciamo (come accogliamo o no le sue identificazioni proiettive, come le elaboriamo, come le restituiamo, quali rêverie attiviamo, quanto siamo capaci di modulare i nostri interventi a seconda delle capacità assuntive che il paziente ci segnala…), ma sono sicuramente molte di più quelle operazioni mentali che facciamo ancora nella inconsapevolezza di farle e la cui descrizione e “scoperta” costituiranno i risultati delle future ricerche in psicoanalisi (Ferro, 2002a).
La mente dell'analista lo determina a funzionare o a disfunzionare in un certo modo con i pazienti e con ogni paziente in particolare e ben aldilà del concetto di contro—transfert.
Il concetto stesso di campo—bipersonale dei Baranger (1961-2) o di campo psicoanalitico come è stato sviluppato specialmente in Italia assegnano questo “spessore” e funzione di co—primario, co—protagonista all'analista.
Recentemente Tonia Cancrini (2002) con il suo libro Un tempo per il dolore mi sembra che faccia il passo successivo mostrandoci il “dietro le quinte” del